La barca-studio di Gilmour

Gilmour3

Non lontano da questa stanza dalla quale scrivo David Gilmour ha il suo studio, su una barca. Lì, ancora oggi, va a comporre le sue cose. Lì ha registrato parte dei suoi dischi dal ‘94 ad oggi, forse non i migliori, ma poco importa. Uno studio di registrazione galleggiante. Note, chitarre, tastiere, melodie che nascono, muoiono o sopravvivono cullate dalle maree del Tamigi. Sapere che l’autore, e fenomenale chitarrista, delle canzoni che hanno dominato la mia adolescenza e anni universitari ogni tanto venga a chiudersi tra le stanze di una barca ad un paio di chilometri da qui fa uno strano effetto, un bellissimo, strano, romantico effetto. Londra ti regala anche questo ogni tanto, la prossimità ai ciò che da ragazzino vedevi così lontano e irraggiungibile. Qui è passato molto del mondo che appartiene alla nostra vita, o almeno a quella di molti di noi.

C’è sempre qualcosa di intrinsecamente poetico negli oggetti che galleggiano, se si lasciano spostare da forze esterne. Anche se la barca di Gilmour è saldamente ancorata alla riva, mi piace immaginarla alla deriva. Musica che scivola sulle onde, che raggiunge posti remoti, che arriva in un porto di mare nel silenzio della notte. Così è stato davvero, la musica dei Pink Floyd è entrata galeggiando delicatamente o sbattendo come onde sugli scogli nei miei sogni da adolescente e continua ad essere la colonna sonora dei miei sogni, ancora a migliaia, da ragazzo (forse) cresciuto.

Il silenzio nelle mani

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